1496 Appunti di storia (vivente)

Una classificazione delle armi da fuoco manesche diffuse in Milano nel XV secolo

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Non è sempre facile dare un nome alle cose e, in mancanza di una nomenclatura standard e generalmente accettata, provo a riassumere delle linee guida essenziali per distinguere tre generi di armi da fuoco diffuse tra la fanteria del Ducato di Milano nel XV secolo: lo schioppetto, l’archibugio e la zerbatana.

Le armi manesche in uso nel ducato di Milano si possono distinguere per calibro e avanzamenti tecnologici, caratteristiche che seguono una progressione temporale e ben si prestano allo scopo di fornire un nome agli oggetti.

Il calibro di un’arma non è altro che il diametro interno della canna, che, nelle armi moderne, si confonde con il diametro del proiettile. Il calibro e la lunghezza della canna sono spesso in relazione fra loro.

In aggiunta al calibro, si possono distinguere le armi da fuoco per metodo d’innesco della polvere: a miccia manuale, a serpentina o a crocco; per tecnologia di costruzione: a listelle fucinate e battute con bandelle di rinforzo, fusi e trapanati, a lumaga (ovvero avvolgendo una bandella a spirale intorno all’anima e fucinando in seguito); imbracciati sotto la spalla o sopra la spalla.

Al contrario, tutte queste armi sono ad avancarica e a detonazione di una sostanza polverosa esplosiva che chiamiamo polvere da sparo o polvere nera. La detonazione avviene sempre avvicinando una fonte di calore nella forma di una miccia accesa, salvo nel caso del crocco, dove si producono scintille per sfregamento di una pietra focaia, ad un focone, ovvero un foro riempito di polvere pirica che comunica con l’interno della canna dove è stata pressata la carica necessaria alla propulsione del proiettile.

Lo Schioppetto

Può essere di bronzo, ottone o ferro ed è una delle più antiche armi manesche. Possono essere immanicati o a teniere. Si presenta come una breve canna montata all’estremità di un’asta, o come una canna ben formata e fissata su di un teniere di legno corto, che si imbraccia sotto l’ascella o sopra la spalla. Più dettagli sullo schioppetto e sulle sue differenze con l’archibugio sono state anche fornite in questo articolo.

Può essere dotato di una serpentina o semplicemente presenta un innesco a miccia. Sebbene la serpentina possa far pensare a degli esemplari più moderni, essa è presente anche su esemplari datati nella prima metà del XV secolo.

La lunghezza tipica di quest’arma vorrebbe essere secondo l’Angelucci[1] compresa fra i 60 ed i 100 cm, la qual cosa non pare un azzardo anche con riferimento al Promis (purché si tenga conto che in questa è compresa sia la canna che il teniere)[2]. Nel Codice Atlantico Ambrosiano, la sua lunghezza viene riportata a 2.25 braccia (circa 1.3 m).

Il suo calibro è molto variabile. Vasta letteratura lo considera di piccolo calibro, sebbene alcuni esemplari europei arrivino ai 40mm di calibro. Presso il Museo Storico Nazionale di Torino sono conservati due esemplari detti di schioppetto a miccia del calibro compreso fra i 18mm e d i 20mm.

Pietro Cirneo descrive uno schioppetto del 1420 come una Bombarda manesca fusa di rame [probabilmente una lega] perforata a guisa di canna: la chiaman schioppetto. Chi le portava, cacciata per forza del fuoco la palla di piombo, trapassava un uomo armato.[3]

Nei Commentaria, lib IV, Papa Pio II, tradotto dal Promis[4], ci racconta dello schioppetto: è un istrumento intentato prima che altrove in Germania a questi nostri ultimi tempi, di ferro o di rame, di lunghezza ragguagliata all’uomo, grosso da tenersi in pugno e quasi tutto vuoto; nella sua bocca mettesi una pallotta di piombo della grossezza di una nocciuola, già messavi prima la polvere fatta di carbon di fico o di salce mescolato al solfo e nitro: allora al piccol foco appiedi li si presenta il fuoco, il quale appresso alla polvere viene in tanta forza da scagliar la pallotta come fulmine […] il colpo di quest’arma non v’è armatura che lo sostenga, sin le quercie ne son penetrate.

Sappiamo che i primi schioppetti non solo tiravano pallottole di piombo (o pietra), ma anche verrettoni.

Molti ritrovamenti mostrano la canna dello schioppetto essere a doppia sezione: una sezione più piccola verso il focone crea la camera da sparo, mentre una sezione più grande accomoda il proiettile ed è quest’ultima a dare il calibro dell’arma. Sebbene poco si possa concludere senza letteratura, la doppia sezione sembra suggerire che il proiettile servisse a sigillare la camera di scoppio senza la presenza di un tappo di carta o tessuto. Tuttavia, il Taccola[5] riporta che la polvere era talvolta sigillata da un piccolo tappo di legno morbido.

Sempre il Taccola descrive armi da fuoco che ricadono nella descrizione degli schioppetti, sebbe si riferisca a loro col termine di bombardelle manesche.

La Zerbatana

Alle volte italianizzato in cerbottana, preferisco la dicitura riportata nei documenti. Il suo utilizzatore è il cerbattaniere.

Si tratta di un’arma da fuoco con lunga canna in fusione e perforata a forma di due tronchi di cono uniti per i diametri minori, focone senza scodellino nella parte superiore dell’arma, immanicata e di medio calibro, 19-22 mm da alcune testimonianze di feriti e da reperti, come quelli conservati a Torino presso il Museo Nazionale dell’Artiglieria.

I suoi proiettili sono in ferro o piombo, spesso la canna è decorata con forma di teste di fiere.

La zerbatana si trova già in uso nel 1438 durante l’assedio di Brescia[6].

Diverse fonti assimilano la zerbatana a quelle armi dette altrove colubrine o colubrinette[7][8]. Spesso alla zerbatana si attribuisce una grande lunghezza della canna, che mi fa pensare ad una tecnologia di realizzazione che escluda la fusione, con la possibilità di essere montata su carretti o su cavalletti — insomma, come per le altre armi da fuoco, anche la zerbatana viene in vari calibri, alcuni da posta, altri maneschi. Lo stesso accade, ad esempio, per lo schioppo e l’archibusone, entrambi in grado di tirare colpi da quasi un kilogrammo e, chiaramente, non armi manesche ma da posta, controparti alle loro versioni più leggere.

In generale, mi riferisco col termine di zerbatana a tutte quelle armi da fuoco con la canna di lunghezza superiore ai 500mm con teniere, con focone sul dorso, dotate o meno di meccanismo di innesco.

L’Archibugio

Fa la sua comparsa come arma manesca verso gli ultimi 20 anni del XV secolo, può essere a crocco o ad uncino ed è tipicamente in ferro, fuso e trapanato, immanicato senza bandelle di rinforzo. Il fatto che il termine arco buso, o arcobuso non compaia in documenti più anziani del 1480 rende anacronistico l’uso del termine per indicare armi come la zerbatana.

Quest’arma va a supplire gli usi per i quali si impiegava già la zerbatana, quindi anche come arma da posta[9]. Il fatto che il termine colubriniere sia usato indiscriminatamente nei documenti per indicare spesso le fanterie con armi da fuoco non aiuta a comprendere la vera estensione d’uso di quest’arma.

In generale, all’archibugio manesco si associa sempre un meccanismo di innesco, originariamente partre propria solo e speciale di quest’arma[10]. Si dice generalmente che questo abbia un calibro maggiore rispetto allo schioppetto, ma in verità non mi è stato possibile confrontare questa diceria con reperti o testimonianze. Si può assumere un calibro realistico per l’archibugio compreso fra i 20 ed i 30 mm. La sua lunghezza (teniere compreso) è tipicamente superiore al metro, la canna sola in un intorno di 600 mm.

Per essere definito tale, un archibugio deve avere canna lunga posta su teniere, focone laterale a scodella con meccanismo d’innesco e può avere un sistema di mira.


  1. Angelucci, Angelo. 1865. ‘Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo’. Politecnico di Milano 

  2. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  3. Cirneo, Pietro. 1834. ‘De rebus corsicis libri IV, usque ad annum 1506’. Parigi. 

  4. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  5. Taccola, Mariano. 1984. ‘De Ingeneis’ volume II. Cornell University Library, Ithaca, New York. 

  6. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  7. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  8. Angelucci, Angelo. 1865. ‘Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo’. Politecnico di Milano 

  9. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  10. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

Riguardo l'autore

Gabriele Omodeo Vanone
Gabriele Omodeo Vanone

Software Engineer prestato alla ricostruzione e alla ricerca storica. Appassionato di XV secolo milanese, fondatore di 1496, membro della Compagnia d'arme del Carro di Solza

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1496 è un taccuino di appunti sulla storia e sulle potenzialità della ricostruzione storica e sul XV secolo italiano.
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