1496 Appunti di storia (vivente)

Sulle armi da fuoco manesche nel Ducato di Milano

S

L’efficacia delle armi da tiro a polvere pirica raggiunge nel Quattrocento un livello tale da essere impiegate copiosamente, come dispositivo sostitutivo delle balestre. Lasciando ad altri articoli il compito di descrivere più nel dettaglio le armi da fuoco, questa mostrerà lo stato e l’impiego di tali armi nel Ducato di Milano nel XV secolo.

Jan Joest, archibugiere, dettaglio
Jan Doest, 1505 – 1508. Dettaglio di un archibugiere dalla chiesa di Nicolai, Kalkar. Si noti la grande modernità dell’arma, dotata di un rudimentale sistema di mira e di un’alloggiamento per il bastone per calcare la polvere. A fianco del soldato, un corno per caricare la polvere.

Grazie alla loro aumentata precisione e gittata, che le rende ora superiori ad una balestra, le armi da fuoco manesche subiscono, nel Quattrocento, il medesimo trattamento già riservato a suo tempo alle balestre, tacciate entrambe di essere armi vili, poiché in grado di eliminare anni di costosto e nobile addestramento di valorosi cavalieri in pochi attimi secondo il volere di chiunque (plebei armati di schioppi, dice lo Scardigli, cui per lungo tempo si assoggettò la pratica comune di tagliare la mano al soldato che veniva catturato in possesso di un’arma da fuoco, oppure più semplicemente lo si uccideva sul posto, quasi fosse un malfattore e non un militare)[1].

Le armi da fuoco cominciano a comparire, in Europa, sul finire del XIII secolo. Una delle prime testimonianze scritte della composizione della polvere sparo è il 1267, il suo tramandatore Roger Bacon (Ruggero Bacone). Come tutte le cose della storia, sebbene tradizionalmente rispettato come tale, Roger Bacon non è l’inventore della polvere nera. Altri scritti riguardanti composizioni simili si trovano in nord Europa nella metà del medesimo secolo, Arabi e Cinesi posseggono questa tecnologia prima degli Europei e, le recenti scoperte archeologiche, mettono nelle mani di popolazioni pre-Medievali l’utilizzo di armi esplosive.

Ciononostante, si dibatte ancora su come la polvere da sparo sia effettivamente comparsa in Europa. Si suppone la polvere sia giunta per contatto delle popolazioni dell’est Europa con i Mongoli proprio nel XIII secolo, ma potrebbe anche essere stata portata da mercanti lungo la Via della Seta[2][3].

Il tiratore

Il tiratore viene definito sulla base dell’arma che imbraccia. Sarà allora uno schioppettiere, un archibugiere, un cerbattaniere, un colubriniere e così via.

Per lo più sembra appiedato — tralascio il discorso del tiratore a cavallo, per ora — e, negli eserciti, organizzato in compagnie proprie, ovvero slegato dalla struttura della lancia all’italiana, come ci ricorda il Mallett, con particolare riferimento al periodo 1430 – 1450[4]. D’altronde, nel 1464 durante una campagna in Liguria, si ha notiza di un conestabile di schiopettieri milanesi, tale Giovan Pietro Cagnola, il quale dimostrò “sollecito e di pronto intelletto” [5] e venne elevato al rango di castellano. Questo fatto attesta la presenza di compagnie di schiopettieri ben distinte dalle altre compagnie di fanti, almeno nell’organizzazione dell’esercito ducale sotto Francesco Sforza.

Dopo la pace di Lodi (1454) si ha notizia di tiratori in tutti gli eserciti permanenti della penisola. Il 22 aprile 1466 durante una rassegna della compagnia dei Dal Verme si conta una numerosa fanteria dotata, tra le altre cose, di cerbottane, targoni e lancelonghe.

Sappiamo che a Milano nel 1476 la proporzione di tiratori era di 1 a 5 nella fanteria, portandosi ad un totale di 2000 unità. Nel 1482 durante i preparativi per la guerra contro Ferrara si annotano 1250 schioppettieri e 352 archibugieri sotto l’egida milanese.Secondo il Mallett,

lo schioppettiere milanese era equipaggiato con un elmo in ferro e pettorale e, oltre lo schioppetto e la relativa polvere da sparo, portava con sé anche una spada e un’alabarda.

Michael Mallett, Signori e Mercenari, ed. il Mulino, 1974

La nazionalità del tiratore, che ho modo di credere fosse quasi sempre un fante provisionato dal Ducato (il Banco degli stipendiati è un “ufficio” particolare che, tra le altre cose, ha il compito di badare alle procedure di arruolamento degli schiopettieri) è tipicamente italiana o tedesca.

Il tiratore provisionato viene quindi inviato ove sia richiesto e fornito della bocca da fuoco (che è di pertinenza, almeno per buona parte del Quattrocento, delle munizioni, ovvero delle armerie, nel nostro caso Ducali – nei documenti citati in calce si fa riferimento, ad esempio, a quella di Vigevano (PV). Del medesimo parere è lo Scalini[6]), di un numero di proiettili compreso tra i 50 ed i 100 (di norma), non so se conservati a carico del singolo uomo o secondo un sistema di distribuzione centralizzato, della miccia con cui dare inizio alla reazione chimica che porta allo scoppio.

Questa si portava già divisa in tocchetti allegata alla cintura durante le operazioni di battaglia. La polvere poteva essere conservata in corni lavorati, chiusi con tappo e dotati di corregge per essere tenuti a tracolla durante le battaglie. Non è infrequente che la polvere venisse trasportata sul campo di battaglia “da cucinarsi”, ossia come componenti da miscelare secondo diverse ricette, in base all’uso destinato.

La paga del tiratore è variabile nel tempo. Nel 1452 la squadra di venticinque schioppettieri capitanati da Protasio Visconte riceve una paga procapite di 6 ducati a 3 lire e 4 soldi per ducato. Nel 1453 un’altra compagnia, di entità ignota, sotto il comando di Tartaglia de Angelo riceve 220 ducati e 26 soldi. Nel 1459 una compagnia di cerbatanieri forte di 18 tiratori riceve 45 fiorini del Reno di paga. Nel 1467, gli schioppettieri di una compagnia forte di 75 uomini ricevono 18 soldi per paga. Nel 1471 un’altra compagnia di schioppettieri ducali forte di 92 unità e capitanata da Ercole da Correggio e Pietro da Robiate riceve 2 lire da 20 soldi per paga il primo mese di campagna (oltralpe), 1 ducato d’oro da 4 lire e 2 soldi il secondo mese ribadito nuovamente più avanti nel mese con un secondo pagamento di identica entità. Di norma si nota che il conestabile del gruppo riceve una paga e mezza.

L’approvvigionamento

È sempre Covini[7] a illustrarci il ruolo del milanese Filippo Corio, che operava nell’officium munitionis (le munizioni sono le riserve di armamenti stipati in appositi fortilizi), coadiuvato dal 1455 dall’architetto militare Gadio da Cremona. Corio in particolare sostituisce la carica dei due predecessori Gabriele e Giovanni da Cernusco dopo un tirocinio molto duro sotto Nicolò Arcimboldi: egli infatti segue tutto l’iter della carriera politica nell’amministrazione delle munizioni. Nel 1462 ottiene la patente di officiale generale delle munizioni in luogo di Giovanni da Cernusco. Leggendo Covini si può discernere un velato suggerimento alle mire politiche dei Corio (noti armaioli), nelle quali Filippo si attesta come uomo politico e incaricato del mercato del salnitro, del rame e di altri materiali. Filippo Corio curò i suoi affari con diverse trasferte sul suolo italiano e all’estero (il suo “socio” Gadio, al contrario, visse stabilmente a Milano, anche a causa della gotta).

Dell’operato dei due presso l’officium si legge che

Corio e Gadio si occuparono insieme di costruzione di bombarde, di castelli, di armi, di produzione di polvere da sparo, di acquisti di materiali da guerra e da difesa. Durante le imprese militari, il Gadio coordinava il trasporto di materiali e di artiglierie da guerra, portati con carri per terra e con navi per via fluviale.

Al Gadio succederà nel 1480 un assistente, Ambrogio Ferrari.

Da questa descrizione si ricava una visione d’insieme dello stato delle munizioni Ducali, gestite da un potere centrale oligarchico, altrimenti identificabile come un moderno ufficio dirigenziale organizzato e forte di una lunga tradizione: testualmente, l’assetto dell’officium munitionis che prende forma nel corso del ‘400 con i Visconti, e poi con gli Sforza, resterà sostanzialmente immutato ancora in età spagnola.

Le armi e la polvere

Una classificazione delle armi da fuoco manesche diffuse in Milano nel XV secolo è già stata fornita in un altro articolo. Tuttavia è interessante soffermarsi su come il Mallett faccia notare come, schioppettiere e archibugieri fossero contati separatamente durante la campagna di Ferrara. Questo sembra suggerire che, nella mente dell’uomo del XV secolo, i due strumenti fossero differenti e, anche se coevi, con utilizzo o, magari, efficacia differenti.

Confrontando i documenti di Angelucci[8], Mallett[9] e Covini[10] è possibile notare una tendenza a trovare nella zona di Milano schioppi ed archibugi, mentre in quella di Vercelli zerbatane e colubrine. Sull’opera del Mallett dobbiamo fidarci dell’operato del traduttore.

Sulla polvere, ci viene comodo citare il Biringuccio[11]:

A fare quella [la polvere nera] degli archibusi, et schioppi si piglia dieci parti di salnitro, et una di vergelle di nocellaio, monde, et parte una di solfo, et pestando, o macinando benissimo tutto, si assottiglia, et incorpora, et granasi poi et si asciuga.

V. Biringuccio, De la pirotechnia, X, cap. II, p.159 r, Venezia 1540

La polvere da sei asso e asso, che l’Angelucci cita, è riportata anche dal Biringuccio, ma come polvere speciale per l’innesco: è quella che va nel focone a comunicazione fra l’esterno e la polvere di carica. Vien detta più vivace. A distinguere lo schioppetto dall’archibugio, nell’opera del Promis[12], sono anche le proporzioni della polvere nella carica: un archibugio ed uno schioppetto caricati a piombo, ma di calibro differente, sia il primo da 30 mm ed il secondo da 15 mm, portano una proporzione della polvere (in peso rispetto al proiettile?) di 1/2 il primo e 1/1 il secondo.

Arsenicus mistus cum polvere magis alongie proiscitur lapis bombarda.

Marco Merlo, L’eques scoppiectarius nei manoscritti di Mariano Taccola e i primi archibugieri a cavallo, 2013

una prescrizione che viene commentata egregiamente dal Merlo[13], a cui rimando per approfondimenti, e che vien data per comune nel Quattrocento.

Fino agli anni ’30 del secolo la polvere si usa solo come miscela (gli elementi sono semplicemente messi nello stesso recipiente e mescolati), un metodo instabile di utilizzo, poiché la gravità può scomporre la miscela in strati ben separati a causa del diverso peso delle componenti. L’uso della polvere in grani, come si acquista oggigiorno, viene introdotto dopo questo periodo e gradualmente.

A queste armi si accompagnano, in numero variabile, aste di ferro per la pressatura della polvere, non sempre con la proporzione di una a una, mentre i proiettili prendono il nome di balotole, balotoline. Alle volte il proiettile dello schioppetto si chiama pietruzza (anche se di piombo o ferro).


Vedi anche:

  • Angelo Angelucci, Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo, vol XXIV del Politecnico, Milano 1865
  • V. Biringuccio, De la pirotechnia, X, cap. II, p.159 r, Venezia 1540
  • Associazione Culturale Ossola Inferiore, L’organo a 10 scoppietti di Leonardo, Domodossola, 2008
  • Angelo Angelucci, Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane, vol. I, Torino, 1869
  • Pietro Cirneo, De rebus Corsicis, vol XXIV, 449

  1. Marco Scardigli, Cavalieri, Mercenari e Cannoni, ed. Oscar Storia Mondadori, 2014 [recensione

  2. Norris, John (2003), Early Gunpowder Artillery: 1300-1600, Marlborough: The Crowood Press. 

  3. Chase, Kenneth (2003), Firearms: A Global History to 1700, Cambridge University Press, ISBN 0-521-82274-2 

  4. Michael Mallett, Signori e Mercenari, ed. il Mulino, 1974 [recensione

  5. Maria Nadia Covini, L’esercito del Duca, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998 

  6. Mario Scalini, Archibugi alla riprova del principe, Firenze, 2010 

  7. Maria Nadia Covini, L’esercito del Duca, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998 

  8. Angelo Angelucci, Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo, vol XXIV del Politecnico, Milano 1865 

  9. Michael Mallett, Signori e Mercenari, ed. il Mulino, 1974 

  10. Maria Nadia Covini, L’esercito del Duca, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998 

  11. V. Biringuccio, De la pirotechnia, X, cap. II, p.159 r, Venezia 1540 

  12. Carlo Promis, Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento, in Memorie Storiche, Torino, 1841 

  13. Marco Merlo, L’eques scoppiectarius nei manoscritti di Mariano Taccola e i primi archibugieri a cavallo, 2013 

Riguardo l'autore

Gabriele Omodeo Vanone
Gabriele Omodeo Vanone

Software Engineer prestato alla ricostruzione e alla ricerca storica. Appassionato di XV secolo milanese, fondatore di 1496, membro della Compagnia d'arme del Carro di Solza

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