1496 Appunti di storia (vivente)

La prostituzione nei secoli XIV e XV in uno sguardo

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In questa serie di note cercherò di fare luce sul mondo della compravendita del corpo e delle emozioni nei secoli XIV e XV. La finestra temporale è ampissima, ma lo sguardo che potrò volgere a questa enorme quantità di anni sarà influenzato dall’età delle fonti sulle quali potrò fare affidamento. Molte di queste saranno datate nel primo Quattrocento o alla fine dello stesso.

Il concetto di tabù legato al meretricio, alla vendita del proprio corpo, è fondamentalmente radicato nella cultura occidentale. Vi sono, ad oggi, nel 2016, determinate cose di cui si ha molta reticenza a parlare. [Fortunatamente, questo non è più il caso pochi anni dopo, anche grazie alla maggiore diffusione di piattaforme di streaming come Netflix e al loro enorme parco di documentari – NdA]

La storia della prostituzione, condotta con gli stessi metodi delle altre storie […] è una acquisizione recente, così come recente è la scomparsa – o almeno la consistente attenuazione – del marchio di “ignobilità” che per secoli ha accompagnato tutta la materia relativa.

R. Canossa, I. Colonnello, Storia della prostituzione in Italia

Così parlavano Romano Canossa e Isabella Colonnello nel 1989 [1]. Con queste premesse, credo si possa entrare nel vivo della questione.

La pulsione al sesso e il commercio del corpo

Nell’Europa tardo medievale, la pulsione maschile al sesso viene vista come un bisogno fisiologico e, poiché tra moglie e marito vige la moderazione (in tutti i sensi possibili della parola, compresa la limitazione sociale), viene generalmente tollerato il ricorso al commercio del corpo femminile – da quasi la totalità delle classi sociali e senza pregiudizi sulla condizione del singolo, fosse questi sposato, vedovo, fidanzato o altro. Non solo questo, lo sperma maschile viene definito

sangue purissimo, che discende dal cervello e diviene bianco quando attraversa le vene: l’eiaculazione equivale ad una emissione di sangue. L’adolescente che non abbia ancora acquisito la robustezza degli adulti e non è trattenuto dalla disciplina del lavoro, rischia per la sua incontinenza di sprofondare nella debolezza e nella stupidità[2]

J. Rossiaud, Amori Venali

La soluzione pensata nella società medievale per evitare le conseguenze di quel vecchio detto circa la cecità è quindi quella di frequentare prostitute o di partecipare a riti scellerati come lo stupro rituale.

Il meretricio è considerato pratica in qualche modo legale ed è molto regolamentato, sebbene nel corso dei decenni la regolamentazione di questo mercimonio subisca innumerevoli modifiche, tra grida infrante, modificate e riadattate dal popolino e dai legislatori, sempre sotto l’influenza delle Chiese e della Natura.

Nel nostro periodo di interesse, la meretrice propriamente detta  quella che vive del commercio del proprio corpo secondo una definizione giuridica univoca; sua proprietà sempre presente è la pubblicità (cioè il non fare segreto della propria attività, sotto pena di sanzioni). In Italia si possono osservare, inoltre, diversi tentativi di limitare e adattare l’attività ad un solo luogo o quartiere, e, sebbene nessuno di questi goda di lunga vita, saranno oggetto di alcuni approfondimenti. Sotto la spada di Damocle della peste, o di altre minacce alla salute pubblica, ogni attività di prostituzione viene fatta cessare momentaneamente.

Prostituta, donna che esercita la prostituzione, viene dal latino prostituta da prostituere; in latino anche lupa, meretrix, scortum, quaestuaria.[3]

G. Greco, Lo scienzato e la prostituta

Predicatori e peccatori

Secondo la visione Cattolica, viene comunemente accettato che la meretrice sia una peccatrice, ma viene anche considerato giusto e morale il compenso che le deve essere versato per la prestazione. Viene depenalizzato, generalmente, l’atto commesso con una prostituta a peccato venale e non si va troppo per il sottile nel rispettare i giorni di festa nei quali la pratica del mestiere va evitata. [4] Insomma, la prostituzione viene accettata, sfruttata e tutelata secondo due filoni di pensiero come sempre apparentemente opposti, eppure coincidenti. Non bisogna dimenticare che il meretricio è nominato e descritto anche nella Bibbia come male necessario, lasciando quindi ampi spazi alla dissertazione spirituale.

La lussuria non viene citata spesso tra i primi peccati capitali, e la sodomia (etero od omosessuale) è considerata ben più grave dell’adulterio, venendo punita in maniera molto severa: per comprenderlo, si pensi al caso fiorentino del processo a Reda, reo d’aver costretto alla sodomia due prostitute. Egli viene decapitato e bruciato, mentre le due vennero solamente esiliate dalla città, poiché subirono l’atto, ma non lo praticarono.  In effetti, solo dal XIII secolo la prostituzione comincia ad essere veduta come disprezzabile in senso religioso, oltre che morale, forse a seguito dell’introduzione del Purgatorio nel credo Cristiano, insieme con le pratiche sodomite.[5]

Nei due secoli, moltissimi predicatori e uomini influenti hanno avuto molto da dire riguardo l’argomento: nel Trecento Gian Galeazzo Visconti, il Duca di Virtù riformatore, il Boccaccio, per il quale il meretricio era pratica totalmente condannata, e, poi, nel Quattrocento Giovanni da Capistrano e Bernardino da Siena, tanto per citare alcuni nomi.

I luoghi del meretricio

L’enorme corpus giuridico, diffuso in tutta Europa in quel periodo, riguardante la regolamentazione dell’esercizio della prostituzione mira sempre a limitare l’attività in certi luoghi noti e, di conseguenza, facilmente controllabili[6]. Sono questi conosciuti col nome di postriboli e avrò modo di parlarne altrove con particolare riferimento a quelli esistenti nel Ducato di Milano.

Questi postriboli vanno a sostituire tutti gli altri luoghi del meretricio “di tradizione antica”, come le abitazioni private, i bagni e le terme (dove praticavano le meretrices ad stuphas). Vi sono diversi casi noti nei quali una meretrice che agisca in privato nella sua abitazione (una lavoratrice in nero, diremmo oggi) viene colpita dalla legge, sotto forma di sanzioni pecuniarie e di perdita della tutela della legge stessa. Non infrequente il caso in cui, per far rispettare i regolamenti, si ingiunga alla meretrice (e a quanti le diano aiuti) di non infrangere la legge sotto pena di poter essere colpita impunemente dagli altri cittadini, ai quali spetterà ricompensa in denaro dall’istituzione governativa o dal saccheggio dei beni della meretrice stessa, che può anche essere malmenata per strada.

Un postribolo pubblico viene regolamentato anche dal punto di vista sanitario, con controlli e norme di igiene, ma anche come bottega commerciale, con orari e giorni di lavoro e di riposo. Tutto nel postribolo viene regolamentato, finanche l’abbigliamento (e di questo si parlerà nella descrizione dei postriboli Milanesi), affinché si possa distinguere facilmente la donna di rango dalla stipendiata d’amore.[7].

Viene detto[8] che il primo postribolo italiano fu quello di Messina, aperto nel 1432, ma questa affermazione mi pare di parte: ho notizia di un postribolo pavese più antico, e il Boccaccio considera già i postribula come degli errori cui rimediare subitaneamente già nel XIV secolo.

Lo stupro rituale

Un aspetto raccapricciante nella ricerca legata alla prostituzione, che qui viene limitato ai fini della ricostruzione storica, è quello dello stupro rituale. Singoli o gruppi di maschi, tendenzialmente giovani e specialmente in Francia, avrebbero potuto prendere di mira giovani donne, come vedove, purché accomunate dalla perdita di una condizione sociale rispettabile, compiendo uno o più stupri. Le malaugurate vittime di questi atti venivano così marchiate a vita nell’ecosistema sociale che era la loro città di residenza; queste trovavano di fronte a loro, in buona sintesi, solo due strade: ridursi a entrare in un postribolo o andare esuli, con tutti i pericoli che il vagare in solitario comporta.[9]. Complice di questo discorso sarebbe la scarsità di leggi a tutela della donna in questo frangente, così come lo scarso peso di una lamentatio pubblica della vittima.


  1. Romano Canossa, Isabella Colonnello, Storia della prostituzione in Italia: dal ‘400 alla fine del ‘700, ed. Sapere 2000, Roma, 1989 

  2. Jacques Rossiaud, Amours vénales. La prostitution en Occident XIIe-XVIe siècle, Flmmarion, Parigi, 2010 

  3. Giovanni Greco, Lo scienziato e la prostituta: due secoli di studi sulla prostituzione, Ed. Dedalo, 1987 

  4. Jacques Rossiaud, Amours vénales. La prostitution en Occident XIIe-XVIe siècle, Flmmarion, Parigi, 2010 

  5. Giovanni Greco, Lo scienziato e la prostituta: due secoli di studi sulla prostituzione, Ed. Dedalo, 1987 

  6. Jacques Rossiaud, Amours vénales. La prostitution en Occident XIIe-XVIe siècle, Flmmarion, Parigi, 2010 

  7. Giovanni Greco, Lo scienziato e la prostituta: due secoli di studi sulla prostituzione, Ed. Dedalo, 1987 

  8. Giovanni Greco, Lo scienziato e la prostituta: due secoli di studi sulla prostituzione, Ed. Dedalo, 1987 

  9. Jacques Rossiaud, Amours vénales. La prostitution en Occident XIIe-XVIe siècle, Flmmarion, Parigi, 2010 

Riguardo l'autore

Gabriele Omodeo Vanone
Gabriele Omodeo Vanone

Software Engineer prestato alla ricostruzione e alla ricerca storica. Appassionato di XV secolo milanese, fondatore di 1496, membro della Compagnia d'arme del Carro di Solza

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1496 è un taccuino di appunti sulla storia e sulle potenzialità della ricostruzione storica e sul XV secolo italiano.
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