Il castello di Collobiano

Domenica, tarda sera. Cammino per le strade quiete di un paese che anela l’oblio, quando passo sotto il grande arco d’ingresso solo uno stuolo di piccioni mi saluta frusciando. Uno di loro, morto, giace in fronte a me, il suo sangue sull’asfalto. In questa visione dai toni scuri, l’ambientazione è data da Collobiano (un nome, manco farlo apposta, che coi piccioni ha tutto da spartire), infinitesimo paese del vercellese, di 100 anime.

Mi sono spinto fino a qui per conoscere di più circa l’antico castello che ancora vi sorge, apparentemente in discrete condizioni, a giudicare dalla statale SS230. Appena entrato in paese, una targa marrone, di quelle per i turisti, mi informa più di wikipedia:

Il luogo fu menzionato la prima volta nel 1023. In antico seguì le vicende della corte di Casanova [e non ho idea di chi siano questi signori n.d.a.]. Nel 1152 l’imperatore Federico I Barbarossa confermò il possesso al Conte Guido di Biandrate. Nel 1170 i fratelli Uberto, Guglielmo, Rainero e Ottone di Biandrate vendettero il feudo ai fratelli Palatino e Bongiovanni d’Avogadro. Un ramo del consortile Avogadro prese il nome di Collobiano. Nel sec. XIV personaggio ragguardevole fu Simone Avogadro di Collobiano, capo della fazione Guelfa. Nel 1404 passò sotto la signoria dei Savoia, dopo la dedizione spontanea degli Avogadro. Gli Avogadro di Collobiano tennero il feudo fino alla fine del sec. XVIII.

Sono tante informazioni, e per cominciare funzionano. Ma non dicono molto riguardo il castello, per cui mi spingo all’imbocco di via di Castello, aridaje, per trovare un altro cartello marrone che recita come segue:

[Il castello] Ha subìto molte modifiche. Conserva ancora una torre d’angolo ottogonale, la torre d’ingreso e varie finestre ad arco acuto. Parti del castello risalgono al sec. XIV

Ma della costruzione, ancora, neanche l’ombra. Si vedeva dalla Statale 230, per cui mi spingo giù per via del Castello per capire di cosa diamine stiamo parlando. Una torre ottagonale non è cosa molto comune, soprattutto nelle fortificazioni di pianura del vercellese. Mi chiedo a che secolo risalga questa. Eccolo, poco distante, incastonato per le vie, l’androne d’ingresso. Ci hanno costruito molto vicino, ma la cosa non mi stupisce. La struttura si mostra in buone condizioni e le mie aspettative crescono. Sotto l’androne, un altro cartello marrone, sponsorizzato “Dal riso al rosa”, (ora, apparentemente, panissa.it) recita quanto segue:

Il castello è stato costruito nei pressi di un passaggio sulla strada che collegava Vercelli a Biella, luogo strategicamente importante. A partire dal 1170 i proprietari furono gli Avogadro, che detennero la signoria su Collobiano sino al 1690, quando passò a Ottavio Maria, conte di Collobiano e della Motta. Alcuni autori sostengono che Napoleone dormì nel castello, prima del suo ingresso in Vercelli. L’edificio subì due grandi trasformazioni, la prima nella seconda metà del Quattrocento, quando fu ricostruito, la seconda nei primi anni del Settencento, quando venne fortificato e trasformato in presidio militare. La cinta muraria, risalente al XIII secolo, la torre del XV secolo e la particolare torre ottagonale sono motivi di grande interesse storico e architettonico.

Armato di queste informazioni, entro passando sotto la solida fortificazione, che è completamente aperta dal lato interno, lasciando scoperti gli eventuali assalitori in un exploit non comune[1]Flavio Conti, Castelli del Piemonte, Tomo I Novara e Vercelli, pg. 75-76, edizioni De Agostini, serie Görlich e sono accolto da una ambientazione veramente decadente. Qui incontro i piccioni di cui ho già parlato, e, poco dentro, una corte a forma di L si apre davanti ai miei occhi in tutta la sua trasandatezza. L’edificio alla mia sinistra, benché invisibile dall’esterno, mostra al primo piano due monofore anonime, eppure segno della struttura originaria. La costruzione è apparentemente inglobata in abitazioni private. Benché non ci siano segnali di divieto, regna un’aria di assoluta ostilità verso il visitatore, così mi sposto, tornando in strada, e cerco di vedere la torre ottagonale. Ed è qui che monta la rabbia: costruite a ridosso del castello, strutture agricole che ospitano un essiccatoio sono state concepite di modo che lo scarico del medesimo passi attraverso la “particolarmente interessante dal punto di vista architettonico” torre ottagonale. Un altro scarico esce da una parete posta più avanti nella struttura. Entrambi mostrano di essere in disuso da diversi anni.
Completo il giro dell’isolato, senza mai intromettermi in proprietà private e stilo la piantina allegata in figura della struttura. La fortificazione occupa un’area vasta (6000m2 secondo archeovercelli.it) e mostra diversi segni di cannibalismo agricolo e di restauri alla buona, alcuni necessari a garantire stabilità strutturale. Le informazioni che mi mancavano dal giro dell’isolato sono state ricavate da google maps e dal confronto con le sparute nozioni impartite dal Conti[2]Flavio Conti, Castelli del Piemonte, Tomo I Novara e Vercelli, pg. 75-76, edizioni De Agostini, serie Görlich, secondo il quale questa fortificazione “sentirebbe il bisogno di opere monografiche che invece mancano totalmente”.
Ho fatto del mio meglio per dare una impressione della conformazione originale e credo di aver individuato, in qualche modo, le aggiunte del secolo XVIII e parte della cinta del XIII secolo, ma sono solo supposizioni. Allego qualche fotografia esplicativa, alle quali ho un solo commento da associare: ho avuto il voltastomaco per la trascuratezza e il totale disinteresse in cui versa la struttura. In un periodo dove ogni euro dovrebbe contare, una struttura come questa dovrebbe essere usata per attirare turisti e incamerare denaro (come avviene in altri paesi dell’Unione Europea, vedi Irlanda), non rimanere bistrattato e insozzato dall’incuria di qualche decina di indolenti italiani.

 

Avogadro di Collobiano

Sono la famiglia dominante del borgo per diversi secoli. La loro arme, riportata da diverse fonti si legge fasciato d’oro e di rosso in dieci pezzi, talvolta unito all’aquila bicipite[3]Blasonario Subalpino On-line, alla voce “Avogadro di Collobiano”.

Curiosamente, la dinastia sembra essere ancora in vita. Un Avogadro di Collobiano è anche annoverato tra i senatori del Regno d’Italia, pluridecorato.

Sono vassalli dei Savoia dal 1404 e sono ricordati per essere il ramo più importante tra i vari Avogadro; volendo fare un minimo di speculazione poco supportata da fonti (perché sono pigro e non voglio dilungarmi troppo sull’argomento), gli Avogadro hanno posseduto, sino al XIV, posizioni influenti in tutto il vercellese, ma solo gli Avogadro di Collobiano sono riusciti a mantere il controllo politico sulle loro conquiste, fossero materiali (feudi) o liquide (possibilità di riscuotere tasse, utilizzo di vie d’acqua) con tale e tanta precisione da divenire un ramo separato, distinto anche nel cognome, dalla discendenza originaria. Sono spesso citati nei registri per questo motivo.


Vedi anche:

  • archeovercelli.it – un breve estratto riguardo il castello di Collobiano, con riferimenti bibliografici. Mi fa arrabbiare la frase “lo stato di conservazione sembra buono”. A mio avviso è ben al di sotto del livello “vergogna”.
  • Avogadro in Enciclopedia Treccani.

Riferimenti   [ + ]

1, 2. Flavio Conti, Castelli del Piemonte, Tomo I Novara e Vercelli, pg. 75-76, edizioni De Agostini, serie Görlich
3. Blasonario Subalpino On-line, alla voce “Avogadro di Collobiano”