1496 Appunti di storia (vivente)

Armi da fuoco manesche

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In questa pagina raccolgo alcune riflessioni di carattere generale su di alcune delle armi da fuoco manesche, cioè brandeggiate a mano, diffuse in Europa nel XV secolo e, per farlo, ho allegato alcune tavole d’esempio. Si descriveranno graficamente le principali differenze fra due prototipi di armi spesso sentiti, lo schioppetto e l’archibugio, e si mostrerà come sia necessario differenziare il primo in schioppetto immanicato e schioppetto a teniere per meglio categorizzare la transizione verso l’archibugio. Infine, si discuteranno alcuni prototipi di armi da fuoco meno diffusi, come le colubrine e le zerbatane.

Non avendo spazio in questa pagina per riportare una descrizione accurata dei termini utilizzati, consiglio la lettura delle nostre linee guida di classificazione delle armi da fuoco manesche diffuse in Milano nel XV secolo.

In questa prima parte sarà bene rivedere od introdurre alcuni termini e alcune date che possano inquadrare meglio l’evoluzione delle canne da fuoco maneggiabili da un singolo individuo sul campo di battaglia. A scanso di equivoci, è bene ricordare che queste armi sono, nel XV secolo, primariamente adibite alla guerra e non, ad esempio, alla caccia. Insieme alla spada, l’arma da fuoco nasce con scopi bellici e non è adattamento di attrezzi agricoli.

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Commentando dall’alto verso il basso, la prima figura rappresenta una colubrina, come quella citata da Angelo Angelucci[1] ed è basata su un reperto conservato al Museo Nazionale dell’Artiglieria a Torino. Sebbene questo reperto presenti alcune differenze stilitische e costruttive con il reperto presentato dall’Angelucci, esso è sufficiente a darne una idea.

Questo genere di cosidetti schioppetti rappresentano la transizione verso l’archibugio. Caratterizzante della transizione è la perdita dell’immanicatura e l’introduzione del teniere in legno.

Diversi esemplari più anziani, difatti, sono progettati per essere montati all’estremità di un manico, come nell’esempio della miniatura della Zentralbibliotheck di Zurigo. Quest’ultimo esempio, insieme ad altri nella pagina, mostrano un secondo elemento di transizione verso l’archibugio: la serpentina. Questo piccolo ed ingegnioso dispostivo consente di tenere la miccia accesa e di avvicinarla con precisione al focone tramite l’esecuzione di un gesto semplice come chiudere la mano. Trovo improprio dire della serpentina che si possa operare come fosse un grilletto.

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La seconda tavola mi permette di mostrare lo schioppetto a testa di lupo (ca. 1417) conservato a Villa Cerreto Guidi a Firenze. Questo si presenta come un monoblocco di metallo, immanicato. Con questo esempio, possiamo quindi scartare il fattore decorazione, preso singolarmente, come segnale dell’età di uno schioppetto.

La posizione del focone tende a mutare nel corso del tempo: se, tradizionalmente, si trova sulla sommità della canna ed è più simile ad un foro, con l’introduzione della serpentina esso si move sul lato della canna e richiede, pertanto, una lavorazione maggiore, non essendo più un semplice foro. Talvolta, si può perfino trovare protetto da uno sportellino. Questo, però, non è sempre il caso. Osservando l’ultima canna del secondo foglio, e credendo ai dettagli forniti dal venditore privato, la canna era dotata di serpentina e di focone sulla sommità della canna.

Non ho abbastanza dati per definire questi piccoli accorgimenti come segnale di età dell’arma. In effetti, lo schizzo di Francesco di Giogio Martini mostra quella che può sembrare un’asta di ferro per la pressione della polvere saldamente alloggiata all’interno del calcio in legno, tipica caratteristica di fucili ad avancarica ben più recenti.

Più utile a stabilire l’età di una canna è la sua sezione interna, che, negli esemplari più anziani risulta essere a due misure.

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L’utilizzo del termine archibugio prima del 1480 (circa) è anacronistico. Sull’argomento si è molto dibattuto, nel tentativo di attribuire agli italiani l’invenzione del termine, ma non è questo il motivo per cui si dovrebbe evitare l’utilizzo del termine, bensì poiché i primi riferimenti ad un oggetto detto arco buso non si trovano (in documenti Milanesi) prima di tale data.

Tuttavia, è necessario comprendere che armi simili all’archibugio prima di tale data, e che la standardizzazione dei termini è un concetto moderno. Se anche ci fosse uniformità di pensiero sulla nomenclatura delle armi da fuoco antiche, provare a forzare un codice introdurrebbe un problema di parallasse, dove la cultura più moderna prova a risolvere un problema che la cultura più antica non vedeva nemmeno.

La transizione tra i due prototipi di arma, lo schioppetto immanicato e l’archibugio, viene ribadita dal Promis[2]. Sembra, perciò, appropriato parlare di schioppetti immanicati o con teniere, ed utilizzare questa caratteristica per aiutarci a datare i singoli pezzi.

Un sistema di mira per collimazione di tre punti sembra cominciare a comparire verso il finire del Quattrocento, almeno in Germania. Ad esempio, la terza canna del secondo foglio mostra due mirini sulla sommità della canna. Lo scodellino laterale per il focone, insieme alla tromba al termine della canna, fanno pensare al pezzo come ad un archibugio.


Sulle zerbatane è più difficile trovare dei documenti. Nella zona del vercellese, il termine zerbatane si confonde spesso col termine colubrine. Io preferisco eliminare colubrine e usare solo zerbatane per definire quelle armi con teniere e canna lunga, focone sul dorso, con o senza grilletto. Le zerbatane saranno poi sostituite da un’arma più completa, l’archibugio, con l’inizio del XVI secolo.

Negli schizzi restano alcuni esemplari che non ho commentato. Il primo è la spingarda da posta del secondo foglio, dotata di mascolo. Un’arma di questa dimensione non si classifica prettamente come manesca, ma è sufficientemente leggera da essere trasportata senza l’ausilio di animali e montata su un treppiede o su un mantelletto.

Gli ultimi, sul terzo foglio, sono invece schioppetti immanicati dotati di un gancio finale. Lo stesso vale per l’ultima canna del secondo foglio.

Se è vero che gli schioppettieri erano, per lo più, appiedati, non è sempre il caso, come ci è dimostrato da questo schizzo di un manoscritto d’inizio Quattrocento di Mariano di Jacopo, detto il Taccola, tratto dal De Inegeneis[3]. La presenza di diversi esemplari museali unita con la lettura dello schizzo suggerisce un possibile uso per il gancio. La lettura non deve, però, essere intesa come definitiva((Merlo, Marco. 2013. ‘L’eques scoppiectarius nei manoscritti di Mariano Taccola e i primi archibugieri a cavallo’.


Vedi anche:

  • Questo interessante album pinterest contiene diverse immagini che meritano una visita
  • De Ingeneis – Mariano di Jacopo, versione digitale a cura di Kinematic Models for Design

  1. Angelucci, Angelo. 1869. ‘Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane’. Torino. 

  2. Promis, Carlo. 1841. ‘Dello stato dell’artiglieria circa l’anno millecinquecento’. Torino. 

  3. Taccola, Mariano. 1984. ‘De Ingeneis’ volume II. Cornell University Library, Ithaca, New York. 

Riguardo l'autore

Gabriele Omodeo Vanone
Gabriele Omodeo Vanone

Software Engineer prestato alla ricostruzione e alla ricerca storica. Appassionato di XV secolo milanese, fondatore di 1496, membro della Compagnia d'arme del Carro di Solza

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1496 è un taccuino di appunti sulla storia e sulle potenzialità della ricostruzione storica e sul XV secolo italiano.
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